La “Vita” dell’Happy Meal

FONTE: http://www.promiseland.it

 

 

I pasti del McDonald’s non sono certo etici e vegan, ma tanti italiani continuano a consumarne in quantità.

Tuttavia, se i tanti affezionati del fast food più diffuso al mondo leggessero fino in fondo questo articolo forse cambierebbero idea e smetterebbeo di acquistare i pasti pronti venduti soto la scintillante emme.

Una fotografa di Manhattan, Sally Davies, vegan e attenta ai consumi ha deciso di documentare l’avanzamento dello stato di decomposizione di un Happy Meal. Certamente, si sarebbe aspettata una qualche forma di deterioramento nell’aspetto del pasto destinato ai bambini. Invece, non è stato così.

Infatti, con tanto di documentazione fotografica, visibile sul sitowww.sallydaviesphoto.com, Sally ha potuto constatare come, dopo ben sei mesi, hamburger e patatine non cambiassero d’aspetto. L’unico elemento riscontrato è stata una certa disidratazione della carne e delle patatine, accompagnata dall’indurimento, ma nulla più.

Una delle cose più sorprendenti, inoltre, secondo quanto affermato anche dalla fotografa, è stata l’assenza di odore. Il cibo, in genere, dopo già pochi giorni inizia ad emettere odori ed effluvi legati alla maturazione ed alla decomposizione. In questo caso, invece, il cibo, ben poco naturale, di McDonald’s non ha emesso alcunché. Infatti, il cane dell’artista di New York ha perso interesse per il burger già dopo un paio di giorni.

Ed ecco il “Prima” ed il “Dopo” a distanza di ben sei mesi…

Quando si dice “l’incredibile vita del cibo”.

Fonte: dailymail.co.uk
Approfondimenti:
www.sallydaviesphoto.com
http://www.refinery29.com/happy-meal-art-project.php
http://newyork.grubstreet.com/2010/08/mcdonalds_hamburgers_almost_en.html
http://www.salon.com/food/food_technology/?story=/food/feature/2010/09/01/burger_that_wont_rot

 

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La bistecca che distrugge il pianeta

L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora.

Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame. 

Già nel suo dossier del 2006 Livestock’s long shadow  (La lunga ombra del bestiame) La Fao aveva attestato come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane: una percentuale simile a quella dell’industria e molto maggiore di quella dell’intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).

Ma secondo le più recenti rilevazioni effettuate da Goodland e Anhang il bestiame e i suoi sottoprodotti immettono nell’atmosfera oltre 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, ovvero il 51 % delle emissioni di GHG prodotte annualmente nell’intero pianeta.

La carne presente nella nostra dieta è responsabile, insomma, dell’immissione in atmosfera di una quantità di gas serra – anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – ben maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie. Il motivo? Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri. 

La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti.

Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi

Fonte: Corriere.it

I vegetariani sono più “onnivori” degli onnivori?

TRATTO DA    http://www.promiseland.it/view.php?id=3177

I vegetariani sono più “onnivori” degli onnivori?

Sto riflettendo sul fatto che chi segue una dieta “tradizionale” pensa di avere un’alimentazione più completa di un vegetariano e soprattutto di un vegano, più ricca di nutrienti di alta qualità a minor a rischio di carenze.

In realtà una dieta onnivora sana, come raccomandato dal World Cancer Research Fund e l’American Institute for Cancer Research deve limitare a 500 grammi la settimana il consumo massimo di carni rosse, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa il limite a 300 grammi; anche l’INRAN dichiara che gli italiani adulti mangiano più del doppio di proteine animali di quanto raccomandato (http://www.promiseland.it/view.php?id=3170). Da questo consegue che la dieta non può essere basata sui prodot
ti animali, bensì su quelli vegetali.

Nella stragrande maggioranza delle famiglie si consumano i soliti quattro cibi in croce cucinati in modi diversi, quasi nessuno mangia pane e pasta integrali variando la qualità di cereali, ma sempre pasta di grano duro e pane bianco, altri prodotti di farina tipo “0” o “00”, riso raffinato; i frigoriferi di molti onnivori sono stracolmi di affettati (ricchi di nitrati, sodio e a volte polifosfati) e formaggi stagionati (sodio e colesterolo), salsine tipo majonese (colesterolo), mentre mancano frutta e verdura di stagione, il prezioso limone, al massimo trovano posto la classica insalata e i pomodori; la frutta secca si mangia solo alle feste o davanti alla televisione, generalmente salata.

Gli onnivori rinunciano, per ignoranza e perchè anche se li conoscessero li vedrebbero come cibi strani, ai semi di lino e sesamo (roba da canarini), semi di girasole (roba da criceti), alghe, seitan, tempeh, tofu, olio di lino (gli omega 3 abbassano il clesterolo LDL), cereali tostati o soffiati di vario tipo (non zuccherati), miso, legumi (a parte le lenticchie con il cotechino a Natale, i fagioli con le cipolle, il minestrone ogni morte di papa), frutta disidratata (non trattata con non specificati olii vegetali), frutta soprattutto fuori pasto (e sì, sarebbe meglio non mangiarla dopo pranzo) ecc.

Gli abbinamenti alimentari sono fatti totamente a caso, il pasto tipico è fatto di un primo a base di pasta e un secondo di carne, con contorno di poca verdura, un bel dolce zuccherato; l’acqua naturale è un po’ snobbata (c’è anche il luogo comune che quella del rubinetto faccia venire i calcoli), molti preferiscono quella frizzante, una birra, vino o una bibita ipercalorica (priva di nutrienti).

Ora mi chiedo: è più a rischio di carenze una dieta onnivora o una vegetariana? Penso che non ci sia alcun dubbio che quella onnivora sia responsabile di eccessi soprattutto di alimenti dall’alto indice glicemico, proteine animali, grassi saturi, colesterolo, sodio, zucchero, caffeina, alcool, conservanti, tossine, inquinanti. E’ un abitudine più diffusa tra i vegetariani o gli onnivori (eccetto per la vitamina B12) fare uso di integratori, quali vitamine quando si è stanchi (a che servono?), sali minerali (soprattutto potassio), pastiglie e polverine per la stitichezza e la flatulenza, proteine in polvere per diventare Big Jim in palestra?

Penso che i vegetariani siano più “onnivori” degli onnivori, la differenza è che mangiano un gran varietà di cibi salutari ed evitano quelli non salutari, i quali non arricchirebbero la dieta, ma la inquinerebbero. L’esperienza clinica indica che i vegetariani sono soggetti ad un rischio inferiore di tumori, soprattutto al colon e di malattie cardiovascolari, ormai si sa che nei paesi ricchi una carenza di proteine è praticamente impossibile e che la teoria della complementarietà proteica, pubblicata negli anni ’70, è obsoleta, infatti è basata sull’interpretazione di studi effettuati nei primi anni del 1900 sulla crescita dei ratti.

Davide

Digitale irresponsabile

 

Tratto da www.promiseland.it

Digitale irresponsabile: che fine faranno i vecchi televisori?

L’Italia sta passando al digitale terrestre, ma nessuno sembra preoccuparsi delle inevitabili conseguenze: milioni di televisori diventeranno improvvisamente vecchi, da rottamare, ma il governo non ha finora previsto alcuna agevolazione per smaltire rifiuti così ingombranti e inquinanti. E pensare che si parlava di digitale terrestre già negli anni ’90…

L’ennesimo rinvio della direttiva RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici) al 31 dicembre del 2009 si staglia pericolosamente all’orizzonte, nella più totale noncuranza del Parlamento italiano e degli stessi media. L’attenzione è concentrata sul caos organizzativo dovuto all’avvio del digitale terrestre, ma non si guarda neppure lontanamente agli effetti.
A prescindere dall’effettiva utilità collettiva di questa tecnologia[*], è intuibile come si potesse gestire diversamente l’avvio del digitale, permettendo a chi comprava un televisore nuovo di disfarsi con facilità del vecchio apparecchio riportandolo al venditore come rottamazione (e con un piccolo sconto). Bastava prevedere dei container fuori dai centri, almeno quelli della grande distribuzione, in cui riporre gli apparecchi di cui si è pianificata l’obsolescenza con decisione di Stato.
 
Niente di tutto questo: senza nessuna pianificazione, l’ennesima scelta discrezionale dei nostri governi ha rimandato sine die la necessaria assunzione di responsabilità; se non si interviene per tempo, milioni di vecchi televisori e vecchi registratori andranno con ogni probabilità a fare danni in discariche non attrezzate, rilasciando in ambiente la pletora di sostanze chimiche di cui sono composte al loro interno. Tralasciamo per carità di Patria i posti di lavoro che non sono stati creati con una corretta filiera di separazione, riuso, riciclaggio degli apparecchi, di cui i politici italiani sono direttamente responsabili.

Si poteva intercettare con facilità milioni di vecchi televisori, andando “oltre” la normativa, creando posti di lavoro e semplificando la vita ai cittadini che scelgono di passare al digitale. Con ogni probabilità il Parlamento italiano non si rende neppure conto del disastro che si rischia. Un bellissimo romanzo-inchiesta (collana verdenero) di Massimo Carlotto e Francesco Abate, “L’albero dei microchip”, illustra i danni che il mancato smaltimento corretto degli apparecchi elettrici ed elettronici arreca anche al sud del mondo, non solo in Italia.

Come sempre l’ipocrisia di noi occidentali si concretizza: ci ostiniamo a nascondere la polvere sotto al tappeto senza occuparci con competenza dei beni e degli scarti che si producono. Forse siamo ancora in tempo, ma solo con una assunzione di responsabilità del Parlamento cui questa denuncia appello si rivolge. Le aziende non possono essere lasciate sole a fronteggiare lo smaltimento dei propri scarti pericolosi come può essere un televisore. Attraverso le ecomafie i risparmi per chi sfrutta le discariche illegali possono essere anche del 90%. Questa mole di denaro invece potrebbe rilanciare l’economia del Paese, adottando una filiera corretta di recupero, evitando costi di bonifica e danni sanitari, impatti ambientali su aria, suolo e acque.

È il momento per chi può, di scegliere.

La società civile, le Reti che si battono per la gestione corretta degli scarti, le associazioni ambientaliste, i Consorzi, i movimenti come Per il Bene Comune sono disponibili con le proprie competenze, conoscenze e contatti, per evitare disastri: sono oltre 14 i kg di scarti elettrici ed elettronici che ogni cittadino italiano, come stima, produce ogni anno.
L’Italia intercetta più o meno correttamente una percentuale ridottissima di questo tipo di rifiuto. Il resto va a pesare sulla collettività, sul sud del mondo cui l’occidente ruba letteralmente anche l’aria che respira, e sulle prossime generazioni: su questo tema, il silenzio della Comunità Europea (mentre un Paese membro impone la sostituzione di apparecchi elettronici e nei fatti si disinteressa delle conseguenze) è a dir poco inquietante.

www.perilbenecomune.org

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News Inserita da Daria Mazzali Redazione Promiseland.it

http://www.promiseland.it/view.php?id=3048

Ma che coincidenza!- Il principio di nessi acasuali

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Tratto da www.promiseland.it

                              

 

Nell’introduzione, ormai divenuta famosa, all’ I Ching, l’antico libro oracolare cinese, Jung parla di un principio che apre la strada a nuove interpretazioni della realtà: la sincronicità. Nell’esporne il funzionamento, la dinamica, Jung esplora i modi di interpretazione della realtà dell’antichissima cultura cinese. Questa introduzione incuriosì molto anche me. Approfondii il discorso leggendo il suo studio dedicato a questo argomento: “La sincronicità come principio di nessi acausali”, da cui appariva evidente che molte cose che per noi sono ovvie nel nostro approccio alla vita, in realtà sono suscettibili di svariate interpretazioni. Ad esempio, mi colpì molto quello che lessi in un altro libro: “Il pensiero cinese” di Marcel Granet. In questo voluminoso e bellissimo studio si narra, fra l’altro, la storia di una battaglia, durante la quale alcuni generali devono decidere quale mossa effettuare. Si va alla votazione. I votanti sono 11, di cui 8 votano a favore della battaglia e 3 sono per la ritirata. A vincere non è la maggioranza, come avverrebbe normalmente seguendo un principio quantitativo, ma il gruppo di tre generali, in quanto il numero 3 rappresenta la concordanza, l’unanimità.

Si vede bene che dietro a questo vi è una concezione dell’universo completamente diversa dalla nostra. Noi la definiremmo “magica” o, spregiativamente, superstiziosa. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che questa, come simili storie, fondono la propria verità su una visione olistica, unitaria dell’universo, in cui niente avviene a caso ed i numeri, così come le forme, assumono valenze energetiche, in cui il microcosmo riflette ciò che accade nel macrocosmo. La stessa concezione che dà vita ad una musica e ad un gusto musicale del tutto differenti dal nostro. La musica cinese si basa su 5 note, che richiamano i 5 elementi, o movimenti, che richiamano le 5 direzioni, i 5 gusti e via dicendo.

 

Tutto è collegato, come in una ragnatela. In ogni cosa si riflette il Tutto. Le scoperte della scienza moderna, della teoria del caos, dei frattali, dell’universo olografico, sembrano confermare questa visione organica di tutto l’universo, dove tutto è “magicamente” collegato. La nostra difficoltà ad osservare nel suo insieme la ragnatela proviene dalle limitazioni, molte dei quali acquisite, dei nostri sensi e dall’inadeguatezza dei nostri mezzi scientifici. Ma il fatto che non conosciamo o non percepiamo qualcosa non significa che questa non esista. Ad esempio, non mettiamo in dubbio, quando usiamo il telecomando del televisore per cambiare canale, che un’energia invisibile attraversi lo spazio e raggiunga la Tv. Noi siamo certi che questo avviene perché ne vediamo gli effetti. Siamo molto meno aperti all’idea, invece, che anche la nostra mente emetta vibrazioni che influenzano la realtà, anche se casualmente vediamo che c’è qualcosa che supera i nostri sensi ele niostre spiegazioni scientifiche. La sincronicità, ciò che per noi potrebbe corrispondere al concetto di “coincidenza”, in realtà è solo la manifestazione di un ordine superiore, che noi momentaneamente non siamo in grado di vedere, ma che potremmo riconoscere se ci ponessimo la giusta attenzione.

 

In realtà tutto è sincronicità. Solo che la nostra mente seleziona in base a programmi suoi propri gli avvenimenti che ritiene più significativi. Ma tutto quello che accade è un evento sincronico, cioè non casuale nel senso comune, ma legato a tutto quello che accade in quello stesso momento nel mondo.

 

La concezione circolare del tempo, caratteristica del pensiero orientale, in cui non esiste uno svolgersi lineare ma un ritorno continuo su se stesso di ciò che percepiamo come tempo, dà vita ad eventi che accadono insieme e non in successione. Gli annali storici cinesi sono diversi dai nostri testi scolastici in cui gli avvenimenti sono presentati sotto forma di causa-effetto. Questi voluminosi tomi sono, più che libri di storia, elenchi di avvenimenti che accadono un dato anno, enumerazioni di fatti che hanno come proprietà di essere, appunto, eventi sincronici e quindi legati da fili invisibili e interpretabili per il fatto di essere accaduti quel preciso anno. Non c’è nesso di causa-effetto fra i vari fatti, ma di contemporaneità. Tutti i fatti appartenenti allo stesso periodo di tempo hanno qualcosa che li lega fra loro e alle configurazioni astrali di quello stesso ambito temporale. Tutto è collegato.

Non può essere che la Divina Intelligenza abbandoni qualche evento a se stesso. Ogni cosa ha la sua ragion d’essere in rapporto a tutto il resto.

 

Tornando a Jung, il cui pensiero è fortemente influenzato dalla conoscenza della filosofia cinese ed orientale in genere, è nota la sua storiella del calabrone. Era in seduta con un suo paziente, col quale stava cercando di interpretare un sogno che vedeva come protagonista un calabrone, quando all’improvviso, sul vetro della finestra, sbattè un grosso calabrone dorato. Questo evento sincronico fece scattare la molla nella mente di Jung. Evidentemente c’era un legame che univa i due eventi.

 

Noi ci interpelliamo, in momenti fortemente sincronici come questo, al caso, alla fortuna, alle coincidenze. Ma la nostra vita è una serie infinita di eventi sincronici, molti dei quali sfuggono alla nostra vista perché la mente seleziona drasticamente la realtà in base a quello che conosce e che crede essere vero. La nostra mente censura continuamente, attraverso i filtri della memoria, quello che percepisce .

 

La sincronicità ha a che fare col “qui e ora”, poichè è la manifestazione di eventi irripetibili, unici e per questo significativi. Come è lontano tutto questo dal nostro metodo scientifico! Ma non per questo è meno scientifico. E’ soltanto una scienza che ha altri parametri di conoscenza, e che richiama il concetto di Pensiero Prelogico dell’antropologo Lèvy-Bruhl.

 

Se è vero che “Non si muove foglia che Dio non voglia”, non vedo perché un qualsiasi evento non debba avere un senso più ampio di quello che normalmente gli attribuiamo. Tutto sta nel saper vedere i collegamenti, le connessioni, i legami che legano in modo meraviglioso gli eventi della nostra vita, e i nostri destini, a quelli di tutto ciò che esiste.

 

Risorse:

 

I-Ching. Ed. Mediterranee

Carl Gustav Jung, La sincronicità come principio di nessi acausali. Ed. Boringhieri

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni. Ed.BUR

Jung el’Oriente, ed. Moretti e Vitali

Michel Granet, Il pensiero cinese. Ed. Adelphi

 

 

 

Autore: David Ciolli – Redazione di Promiseland.it

http://www.promiseland.it/view.php?id=2898

Influenza suina: solo la punta dell’iceberg

Fonte: www.promiseland.it

maialiMucca pazza ai prioni, vitelli agli estrogeni, pesce al mercurio, tacchini agli ormoni, uova alla salmonella, polli alla diossina, poi l’influenza aviaria dei volatili ed ora quella dei suini. Ogni pericolo per la salute viene incontestabilmente dall’uso innaturale per l’uomo di mangiare animali.

La carne è sempre e comunque imputata nelle peggiori patologie che flagellano il genere umano. Per contro non si è mai sentito che la dieta a base di vegetali abbia la purché minima controindicazione: anzi ogni potere disintossicante, ogni capacità depurativa e di guarigione viene esclusivamente dal mondo vegetale. Chi al primo posto vuole mettere la gola e non la salute deve essere anche disposto a pagarne le inevitabili conseguenze. Qualcuno, per sostenere ad oltranza la sua bistecca dirà che anche i vegetali coltivati in modo convenzionale sono inquinati. E’ vero ma la differenza è abissale. A parte che questi per il loro alto contenuto di fibra e acqua non permettono agli inquinanti di stazionare a lungo nel nostro organismo (cosa che succede con i prodotti carnei dal momento che questi per essere digeriti sono necessarie dalle 50 alle 70 ore a differenza della frutta che si digerisce in mezz’ora e delle verdure in 2 ore) è utile ricordare che la carne in genere contiene circa 2700 diverse sostanze chimiche proibite composte da: farmaci, pesticidi, ormoni, antibiotici, tossine metaboliche, acido lattico da sforzo e da stress, adrenalina accumulatasi nei fluidi dell’animale ecc. Si trovano nella carne mediamente 2-3 volte più pesticidi che nei formaggi, 13 volte più che nei cereali, 17 volte più che nei vegetali a foglia, 50 volte più che nella frutta, 72 volte più che nelle patate.

L’attuale influenza suina è solo la punta dell’iceberg di una potenziale situazione patologica generalizzata a cui va incontro la salute umana. La stragrande maggioranza delle malattie che colpiscono il genere umano, e che non si manifestano in modo così letale, ma che debilitano e accorciano la vita dell’uomo, sono imputabili per il 75% alla cattiva alimentazione, cioè all’uso di carne, pesce, derivati animali (resi ammalati e pazzi dal dolore) nonché dal cibo “spazzatura”.  Ma si sa, come diceva Seneca “Ne uccide più la gola della spada”.  Infatti mangiare carne è solo una questione di gola, non di necessità nutrizionali come conferma non solo l’eccellente salute dei vegetariani ma gli scienziati e i ricercatori indipendenti, nonché gli Istituti di ricerca più accreditati del mondo come L’American Institute for Cancer Research, il World Cancer Research Fund, L’American Cancer Society , L’American Heart Association, L’Heart and Stroke Foundation of Canada, Le Unified Dietary Guidelines elaborate dalla American Cancer Society, l’American Heart Association, il National Institutes of Health, e la American Academy of Pediatrics che hanno pubblicamente preso posizione a favore di diete a base di cibi vegetali e contro il consumo di carne.

Avete visto in che condizioni disumane vengono allevati gli animali da macello, in genere, e i suini in particolare? Tutta la loro breve esistenza in strettissime gabbie metalliche, senza mai vedere la luce del sole, ingozzati di cereali e soia: alimenti innaturali per questi animali che nello stato naturale brucherebbero l’erba verde e fresca dei prati. A causa di tale condizione le difese si abbassano e per scongiurare epidemie si è costretti a somministrare loro farmaci di ogni tipo, compresi gli estrogeni, antibiotici, sulfamidici, betabloccanti ecc. che entrano nel metabolismo di chi mangia quelle carni intrise di veleni e di dolore.

Saggezza vorrebbe eliminare la causa del problema, cioè smettere definitivamente di cannibalizzarsi e diventare vegetariani, invece di cercare soluzioni sintomatiche tramite vaccini e farmaci vari pur di non rinunciare alla bistecca. Se anche questa volta la faremo franca, forse la prossima epidemia potrebbe essere fatale per l’intero genere umano. Ma che importa se andremo al Creatore prima del tempo stabilito? L’importante è arrivare contenti e con lo stomaco pieno, anche se questa sarà stata la causa della nostra rovina fisica e morale.

a cura di Franco Libero Manco presidente di AVA
Associazione Vegetariana Animalista

ACQUA BENE COMUNE

Riporto una parte dell’ intervento di Paolo Rumiz presentato lo scorso 12 marzo alla Facoltà di Scienze Politiche di Roma dal titolo “Acqua bene comune”. 

Mentre il più importante dei beni primari veniva privatizzato i media e le istituzioni tacevano e l’Italia non ne sapeva niente…

acquaE’ un peccato che non possa parlarvi a voce. Solo a voce avrei potuto comunicarvi l’urgenza, la rabbia e l’indignazione legate al tema primordiale dell’acqua. Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti. Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore. E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest’incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica. All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici. La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista. Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell’opposizione. Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me. Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani. I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti. E’ così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un’altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio. Un’emergenza così grave che la lingua dell’economia non basta più a descriverla. Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell’Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico. “E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l’aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili”. Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede. Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l’accaparramento delle ultime risorse. E’ come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna. Il “Paese profondo” si è talmente indebolito che oggi l’atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l’Etiopia e poi verso l’Est Europa, può essere rivolto verso l’Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.

 Vi racconto cose che ho visto personalmente. Qualche scena, capace di illuminare il tutto.

Alta Val di Taro. C’è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese – noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato – restano senz’acqua nelle condutture pubbliche. C’è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. “Non abbiate paura – dice – quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi”. L’acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L’idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.

Recoaro, provincia di Vicenza. Una pattuglia di “tecnici dell’acqua” (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune. Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico. I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l’usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.

Castel Juval, in val Venosta. Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell’agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell’acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L’acqua minerale – la notissima acqua propagandata dall’alpinista sud-tirolese – e l’acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch’essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.

Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente. Abbiamo rinunciato a considerare l’acqua come pubblico bene. La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro. Siamo ridiventati portatori d’acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d’acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia. Meno del costo della colla necessaria a fissare l’etichetta.

Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto. Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente. Il dossier di un’azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”.

Sembra il Congo, invece è Italia. Grazie di avermi ascoltato.

Paolo Rumiz

 

Potete torvare l’intero inteventi qui:

http://www.promiseland.it/view.php?id=2830

e qui

www.ilconsapevole.it