La “Vita” dell’Happy Meal

FONTE: http://www.promiseland.it

 

 

I pasti del McDonald’s non sono certo etici e vegan, ma tanti italiani continuano a consumarne in quantità.

Tuttavia, se i tanti affezionati del fast food più diffuso al mondo leggessero fino in fondo questo articolo forse cambierebbero idea e smetterebbeo di acquistare i pasti pronti venduti soto la scintillante emme.

Una fotografa di Manhattan, Sally Davies, vegan e attenta ai consumi ha deciso di documentare l’avanzamento dello stato di decomposizione di un Happy Meal. Certamente, si sarebbe aspettata una qualche forma di deterioramento nell’aspetto del pasto destinato ai bambini. Invece, non è stato così.

Infatti, con tanto di documentazione fotografica, visibile sul sitowww.sallydaviesphoto.com, Sally ha potuto constatare come, dopo ben sei mesi, hamburger e patatine non cambiassero d’aspetto. L’unico elemento riscontrato è stata una certa disidratazione della carne e delle patatine, accompagnata dall’indurimento, ma nulla più.

Una delle cose più sorprendenti, inoltre, secondo quanto affermato anche dalla fotografa, è stata l’assenza di odore. Il cibo, in genere, dopo già pochi giorni inizia ad emettere odori ed effluvi legati alla maturazione ed alla decomposizione. In questo caso, invece, il cibo, ben poco naturale, di McDonald’s non ha emesso alcunché. Infatti, il cane dell’artista di New York ha perso interesse per il burger già dopo un paio di giorni.

Ed ecco il “Prima” ed il “Dopo” a distanza di ben sei mesi…

Quando si dice “l’incredibile vita del cibo”.

Fonte: dailymail.co.uk
Approfondimenti:
www.sallydaviesphoto.com
http://www.refinery29.com/happy-meal-art-project.php
http://newyork.grubstreet.com/2010/08/mcdonalds_hamburgers_almost_en.html
http://www.salon.com/food/food_technology/?story=/food/feature/2010/09/01/burger_that_wont_rot

 

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L’ambiente si salva a partire dal piatto

2_0_569800795_w335(1)Interessante intervista a Robert Goodland, autore insieme a Jeff Anhang dello studio “Livestock and climate change ” nel quale vengono riveduti e corretti, purtoppo in peggio, i parametri con cui le attività umane contribuiscono al cambiamento climatico. In questa intervista viene affrontata la fonte principale del problema: il consumo di carne. Nel suo studio scritto con Jeff Anhang, Livestock and climate change, attribuisce al bestiame la “colpa” del riscaldamento climatico. In che senso? Semplice: il bestiame, e i prodotti ad esso collegati, producono almeno 32.564 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno. Cioè il 51% delle emissioni mondiali di gas responsabili dell’effetto serra. Ma com’è possibile? Quali dati utilizzate? Siamo partiti da uno studio della Fao del 2006: un buon punto di partenza, che già assegnava al bestiame la “responsabilità” del 18% delle emissioni. Ma abbiamo notato che c’erano quantità immense di Co2 che erano state omesse, sottostimate o assegnate ad altri “settori”. Se si somma invece il ciclo vitale e la “catena” che porta i prodotti di origine animale sulle nostre tavole, si raggiunge il 51%. Sta dicendo che la nostra passione per bistecche e hamburger sta uccidendo il pianeta? So che è difficile da pensare, specie mentre si cammina vicino a un pascolo sulle Alpi. Ma la fonte chiave, e in gran parte sconosciuta, di gas serra sono proprio i 56 miliardi di animali allevati ogni anno in tutto il mondo, per trarne cibo. Se si moltiplica la superficie di terra necessaria a ogni animale di terra, il suo respiro e le altre emissioni che produce per il numero degli animali allevati, si ottiene una quantità di Co2 che lascia a bocca aperta. Sarà, ma l’uomo alleva bestiame da millenni. Perché il problema sorge ora? Il punto sono alcune economie emergenti. I benestanti, in Paesi come Cina e India, erano abituati a mangiare cibi tradizionali, a bassa percentuale di calorie di origine animale. La crescita di domanda di quei Paesi per prodotti animali non è inevitabile: dipende dal trasferimento di cultura occidentale e del falso mito che dice che i prodotti animali fanno bene e devono essere forniti su larga scala. Colpa della globalizzazione, insomma? No, l’internazionalizzazione sarà utile nel momento in cui il mito della bontà dei prodotti animali sarà sostituito dal fatto che ci sono alternative migliori: altrettanto buone, più salutari e migliori per il pianeta. Le diete tradizionali di Cina e India sono molto più “ecosostenibili” delle diete occidentali, che ora sono ampiamente promosse in quei due Paesi. Lei scrive che “sostituire prodotti di origine animale con alternative migliori sarebbe la strategia migliore per invertire il cambiamento climatico”. Per salvare il mondo dovremo diventare vegetariani? Nello studio noi abbiamo solo valutato l’area di rischio ambientale, e abbiamo sviluppato delle raccomandazioni su come trattare quel rischio. Chi raccomanda il vegetarianesimo di solito pensa che i propri valori etici debbano essere adottati dagli altri. Noi non parliamo di valori etici, ma raccomandiamo di adottare la soluzione migliore per fermare il riscaldamento climatico. Allora i soldi spesi, ad esempio, per lampadine a basso consumo sono sprecati? No: ma quelle sono soluzioni più care e con effetti più a lungo termine di quella che suggeriamo. Il cibo, però, è anche cultura. Vada ad esempio a Firenze a dire di cucinare una fiorentina di soia… Chiaramente le persone creano delle abitudini sul cibo. Ma quelle abitudini sono fortemente indotte da misure fiscali e di marketing. In ogni Paese – prenda la Cina – si vede che fisco e pubblicità possono stravolgere le abitudini alimentari in pochi anni. Se ci sono alternative migliori, è possibile dunque “indurne” il consumo. Certo, senza politiche per promuoverle questo cambiamento sarà molto difficile. Questo costerebbe molto alle aziende… Al contrario. Alcune aziende stanno già guadagnando bene con prodotti alternativi che hanno sapore simile, ma sono più facili da cuocere, meno cari e più sani. Ad esempio, “carne” di soia o seitan, o latte, formaggi e gelati di riso o soia. Altre sono già state colpite dagli effetti del cambiamento climatico – effetti destinati ad aumentare, se non si cambia rotta. Cresce però lo scetticismo sull’esistenza del riscaldamento globale, e sul fatto che sia creato dall’uomo. Vale la pena cambiare le nostre abitudini alimentari? Cambiare fonti d’energia e il modo di usarle comporta molte novità nella vita delle persone, è costoso e porta benefici solo a lungo termine. Ma il cambiamento climatico minaccia davvero le nostre vite. Provare un nuovo tipo di cibo, saporito, economico e sano, è qualcosa che la gente farebbe anche senza minacce, perché è divertente. Invertire i cambiamenti climatici è “solo” il più importante beneficio di una scelta che, per aziende e consumatori, ne ha molti altri. Senza parlare della riduzione della carenza di cibo e acqua nel mondo: per allevare animali servono quantità di cereali e acqua che con la nostra strategia sarebbero disponibili agli uomini. Ci scusi: ma lei per primo mangia solo alimenti “non animali”? Se non lo facessi sarei ipocrita. Ma quel che conta di più non è ciò che mangiamo oggi, ma quello che mangeremo da domani.

Davide Casati

 Fonte: www.city.it

Tratto da:  www.piccolopopolo.org

Ricetta: sformato di miglio con broccoli,patate e tofu

photo234Ingredienti:

60 gr di Miglio

300 gr circa di broccoli siciliani

150 gr di patate

150 gr di tofu al naturale

50 gr di parmigiano grattugiato

1 uovo

Olio, sale, noce moscata

 

Procedimento:

1) Lessare le patate

2) Lavare,tagliare e lessare i broccoli

3) Lavare e lessare il miglio per circa 10 minuti (il tempo è indicativo, meglio assaggiare ogni tanto) . Se volete aggiungete un po’ di sale.

4) Tagliare il tofu in pezzettini piccoli

5) Sbattere un uovo

6) Unire tutti i precedenti ingredienti (patate, broccoli, miglio, tofu, uovo) in modo da formare un composto omogeneo.

7) Condire il composto ottenuto con olio, sale, parmigiano, noce moscata, peperoncino

8 ) Imburrare uno stampo e cospargerlo di pan grattato

9) Versare il composto nello stampo e distribuirlo bene, utilizzando magari un cucchiaio,

10)             Cuocere in forno preriscaldato a circa 190° per 30 minuti

 

Questa ricetta l’ho personalizzata, prendendo spunto da alcune idee che ho trovato qui:

http://www.buoneforchette.com/?sz=vr&id=21291

http://www.veganblog.it/2009/03/08/mini-sformato-di-broccoli-zucchine-e-miglio/

Come vedete potete adattare questa ricetta alle vostre esigenze. La mia versione è, diciamo,  un po’ più “ricca”. Questo è un ottimo piatto unico, da consumare preferibilmente a pranzo. Anche a cena va benissimo, al patto di non esagerare con la quantità.

Personalmente consiglio di utilizzare ingredienti freschi ma soprattutto biologici.

 

Diego