La “Vita” dell’Happy Meal

FONTE: http://www.promiseland.it

 

 

I pasti del McDonald’s non sono certo etici e vegan, ma tanti italiani continuano a consumarne in quantità.

Tuttavia, se i tanti affezionati del fast food più diffuso al mondo leggessero fino in fondo questo articolo forse cambierebbero idea e smetterebbeo di acquistare i pasti pronti venduti soto la scintillante emme.

Una fotografa di Manhattan, Sally Davies, vegan e attenta ai consumi ha deciso di documentare l’avanzamento dello stato di decomposizione di un Happy Meal. Certamente, si sarebbe aspettata una qualche forma di deterioramento nell’aspetto del pasto destinato ai bambini. Invece, non è stato così.

Infatti, con tanto di documentazione fotografica, visibile sul sitowww.sallydaviesphoto.com, Sally ha potuto constatare come, dopo ben sei mesi, hamburger e patatine non cambiassero d’aspetto. L’unico elemento riscontrato è stata una certa disidratazione della carne e delle patatine, accompagnata dall’indurimento, ma nulla più.

Una delle cose più sorprendenti, inoltre, secondo quanto affermato anche dalla fotografa, è stata l’assenza di odore. Il cibo, in genere, dopo già pochi giorni inizia ad emettere odori ed effluvi legati alla maturazione ed alla decomposizione. In questo caso, invece, il cibo, ben poco naturale, di McDonald’s non ha emesso alcunché. Infatti, il cane dell’artista di New York ha perso interesse per il burger già dopo un paio di giorni.

Ed ecco il “Prima” ed il “Dopo” a distanza di ben sei mesi…

Quando si dice “l’incredibile vita del cibo”.

Fonte: dailymail.co.uk
Approfondimenti:
www.sallydaviesphoto.com
http://www.refinery29.com/happy-meal-art-project.php
http://newyork.grubstreet.com/2010/08/mcdonalds_hamburgers_almost_en.html
http://www.salon.com/food/food_technology/?story=/food/feature/2010/09/01/burger_that_wont_rot

 

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Umberto Veronesi spiega perché mangiare la carne è una follia

Tratto da: www.promiseland.it

 

Roberto Saviano ha 31 anni, Jonathan Safran Foer ne ha 32. L’autore italiano di ‘Gomorra’ e l’autore americano di cui sta ora per uscire anche in Italia l’appassionato ‘Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?’ che ha già suscitato in America violente polemiche, a mio giudizio hanno in comune la rara capacità di fare gli scrittori entrando nel vivo di realtà scomode. Forse bisogna pensare ad Emile Zola, per trovare un precedente.

Apparentemente si occupano di cose molto diverse, perché Saviano fa un reportage sulla società egemonizzata dalla camorra, mentre Safran Foer fa un’inchiesta sul mondo semisconosciuto degli allevamenti di animali da carne, ma entrambi ci comunicano l’esistenza di nuclei di ‘non-mondo’, dove la violenza di un modello di profitto (illegale il primo, formalmente legale il secondo) cancella in qualche modo l’idea di umanità.

Perché? Perché tutto diventa una macchina per far soldi, e se alla camorra non importa svuotare la democrazia, all’industria della carne non importa svuotare le prospettive di sopravvivenza del nostro pianeta. I dati a nostra disposizione sono sinistramente chiari, e non è inutile ricordarli. Nel 1800 la popolazione mondiale era di 900 milioni di individui, poi c’è stata una crescita accelerata.
Nel 1900 la popolazione era già quasi raddoppiata, con 1 miliardo e 600 milioni di persone. Ora siamo arrivati a quasi 7 miliardi, e si presume che nel 2025, cioè tra appena quindici anni, sulla Terra ci saranno 10 miliardi di uomini. Che fare?

I Paesi del Terzo Mondo sospettano le nazioni del benessere di voler imporre la denatalità, e io, per conto mio, sono convinto che bisogna ben guardarsi da tentazioni demografiche odiose. Sono però altrettanto convinto che siamo ormai arrivati a un punto di rottura, e che – oggi, e non domani – bisogna fare una scelta tra il nutrire gli uomini e nutrire gli animali per consumarne la carne. Altrimenti sarà la fame, e insieme con la fame, la guerra. Non dimentichiamo poi un’altra sciagura che sovrasta il nostro pianeta, cioè il progressivo riscaldamento dell’atmosfera, che può arrivare a sconvolgere gli equilibri, con conseguenze inimmaginabili. L’allevamento industriale di animali da macello è il primo responsabile del riscaldamento terrestre, ed è tra le prime due o tre cause di tutti i problemi ambientali più gravi, come l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e la distruzione delle foreste. E allora?

Allora bisogna prendere la decisione, motivata e razionale, di cambiare modello. Non è impossibile. Gli scienziati sono d’accordo che la fame nel mondo non è una questione di produzione, ma di distribuzione delle risorse. Tecnicamente sarebbe possibile nutrire tutta l’umanità se si fa la scelta vegetariana. Volete un dato convincente? Un chilo di carne sulla nostra tavola ha richiesto 20 mila litri di acqua, proprio quel cosiddetto ‘oro azzurro’ che oggi noi impieghiamo (e sprechiamo) con la massima tranquillità e indifferenza, e che domani potrebbe addirittura venir razionato su scala mondiale, come sanno già a loro spese quelle aree del pianeta dove l’acqua è rara e preziosa.

Io, cresciuto in una cascina dove vedevo pulcini e vitellini e non mi sapevo adattare all’idea che poi venissero uccisi, sono vegetariano per scelta etica, e non posso impedirmi di vedere dietro una bistecca o una salsiccia le sofferenze e la morte di creature viventi. E c’è dell’altro, puntualmente presente nella non-fiction di Safran Foer, in realtà una superba inchiesta sul campo che mostra tutti gli orrori degli allevamenti e delle macellazioni: gli americani consumano ogni anno quattro milioni di chili di antibiotici, mentre per trattare gli animali da macello ne vengono impiegati trentotto milioni di chili, il che significa in pratica, per la legge della catena alimentare, che si consuma carne inzeppata di antibiotici, con quali risultati per la salute umana è facile immaginarlo, a partire dalla selezione di ceppi di germi resistenti agli antibiotici stessi.

Chiudo con un’annotazione. Il loro nome è animali, ma noi non gli riconosciamo l’anima, qualunque cosa essa sia. Riconosciamogli almeno la capacità di esseri ‘senzienti’. Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle ‘cose’. Sottomesse all’inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e ritorna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza rimorso e anzi placidamente, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento.

Umberto Veronesi

(22 febbraio 2010)

http://espresso.repubblica.it

 

E voglio aggiungere una semplicissima nota personale: siete voi “onnivori” ad essere dalla parte sbagliata, solo che il fatto di essere in tanti vi fa stare tranquilli. Io non dico di eliminare completamente il consumo di carne, ma una riduzione di almeno il 50-70% del consumo di tali cibi sarebbe già un enorme passo avanti, soprattutto dal punto di vista della salute (se proprio dell’ etica non vi importa nulla). Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Diego

L’ambiente si salva a partire dal piatto

2_0_569800795_w335(1)Interessante intervista a Robert Goodland, autore insieme a Jeff Anhang dello studio “Livestock and climate change ” nel quale vengono riveduti e corretti, purtoppo in peggio, i parametri con cui le attività umane contribuiscono al cambiamento climatico. In questa intervista viene affrontata la fonte principale del problema: il consumo di carne. Nel suo studio scritto con Jeff Anhang, Livestock and climate change, attribuisce al bestiame la “colpa” del riscaldamento climatico. In che senso? Semplice: il bestiame, e i prodotti ad esso collegati, producono almeno 32.564 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno. Cioè il 51% delle emissioni mondiali di gas responsabili dell’effetto serra. Ma com’è possibile? Quali dati utilizzate? Siamo partiti da uno studio della Fao del 2006: un buon punto di partenza, che già assegnava al bestiame la “responsabilità” del 18% delle emissioni. Ma abbiamo notato che c’erano quantità immense di Co2 che erano state omesse, sottostimate o assegnate ad altri “settori”. Se si somma invece il ciclo vitale e la “catena” che porta i prodotti di origine animale sulle nostre tavole, si raggiunge il 51%. Sta dicendo che la nostra passione per bistecche e hamburger sta uccidendo il pianeta? So che è difficile da pensare, specie mentre si cammina vicino a un pascolo sulle Alpi. Ma la fonte chiave, e in gran parte sconosciuta, di gas serra sono proprio i 56 miliardi di animali allevati ogni anno in tutto il mondo, per trarne cibo. Se si moltiplica la superficie di terra necessaria a ogni animale di terra, il suo respiro e le altre emissioni che produce per il numero degli animali allevati, si ottiene una quantità di Co2 che lascia a bocca aperta. Sarà, ma l’uomo alleva bestiame da millenni. Perché il problema sorge ora? Il punto sono alcune economie emergenti. I benestanti, in Paesi come Cina e India, erano abituati a mangiare cibi tradizionali, a bassa percentuale di calorie di origine animale. La crescita di domanda di quei Paesi per prodotti animali non è inevitabile: dipende dal trasferimento di cultura occidentale e del falso mito che dice che i prodotti animali fanno bene e devono essere forniti su larga scala. Colpa della globalizzazione, insomma? No, l’internazionalizzazione sarà utile nel momento in cui il mito della bontà dei prodotti animali sarà sostituito dal fatto che ci sono alternative migliori: altrettanto buone, più salutari e migliori per il pianeta. Le diete tradizionali di Cina e India sono molto più “ecosostenibili” delle diete occidentali, che ora sono ampiamente promosse in quei due Paesi. Lei scrive che “sostituire prodotti di origine animale con alternative migliori sarebbe la strategia migliore per invertire il cambiamento climatico”. Per salvare il mondo dovremo diventare vegetariani? Nello studio noi abbiamo solo valutato l’area di rischio ambientale, e abbiamo sviluppato delle raccomandazioni su come trattare quel rischio. Chi raccomanda il vegetarianesimo di solito pensa che i propri valori etici debbano essere adottati dagli altri. Noi non parliamo di valori etici, ma raccomandiamo di adottare la soluzione migliore per fermare il riscaldamento climatico. Allora i soldi spesi, ad esempio, per lampadine a basso consumo sono sprecati? No: ma quelle sono soluzioni più care e con effetti più a lungo termine di quella che suggeriamo. Il cibo, però, è anche cultura. Vada ad esempio a Firenze a dire di cucinare una fiorentina di soia… Chiaramente le persone creano delle abitudini sul cibo. Ma quelle abitudini sono fortemente indotte da misure fiscali e di marketing. In ogni Paese – prenda la Cina – si vede che fisco e pubblicità possono stravolgere le abitudini alimentari in pochi anni. Se ci sono alternative migliori, è possibile dunque “indurne” il consumo. Certo, senza politiche per promuoverle questo cambiamento sarà molto difficile. Questo costerebbe molto alle aziende… Al contrario. Alcune aziende stanno già guadagnando bene con prodotti alternativi che hanno sapore simile, ma sono più facili da cuocere, meno cari e più sani. Ad esempio, “carne” di soia o seitan, o latte, formaggi e gelati di riso o soia. Altre sono già state colpite dagli effetti del cambiamento climatico – effetti destinati ad aumentare, se non si cambia rotta. Cresce però lo scetticismo sull’esistenza del riscaldamento globale, e sul fatto che sia creato dall’uomo. Vale la pena cambiare le nostre abitudini alimentari? Cambiare fonti d’energia e il modo di usarle comporta molte novità nella vita delle persone, è costoso e porta benefici solo a lungo termine. Ma il cambiamento climatico minaccia davvero le nostre vite. Provare un nuovo tipo di cibo, saporito, economico e sano, è qualcosa che la gente farebbe anche senza minacce, perché è divertente. Invertire i cambiamenti climatici è “solo” il più importante beneficio di una scelta che, per aziende e consumatori, ne ha molti altri. Senza parlare della riduzione della carenza di cibo e acqua nel mondo: per allevare animali servono quantità di cereali e acqua che con la nostra strategia sarebbero disponibili agli uomini. Ci scusi: ma lei per primo mangia solo alimenti “non animali”? Se non lo facessi sarei ipocrita. Ma quel che conta di più non è ciò che mangiamo oggi, ma quello che mangeremo da domani.

Davide Casati

 Fonte: www.city.it

Tratto da:  www.piccolopopolo.org

La bistecca che distrugge il pianeta

L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora.

Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame. 

Già nel suo dossier del 2006 Livestock’s long shadow  (La lunga ombra del bestiame) La Fao aveva attestato come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane: una percentuale simile a quella dell’industria e molto maggiore di quella dell’intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).

Ma secondo le più recenti rilevazioni effettuate da Goodland e Anhang il bestiame e i suoi sottoprodotti immettono nell’atmosfera oltre 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, ovvero il 51 % delle emissioni di GHG prodotte annualmente nell’intero pianeta.

La carne presente nella nostra dieta è responsabile, insomma, dell’immissione in atmosfera di una quantità di gas serra – anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – ben maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie. Il motivo? Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri. 

La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti.

Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi

Fonte: Corriere.it

Il consumo di carne asseta il mondo

Tratto da: http://ilsentierodellanatura.blogspot.com

 

acquaPer 1 kg di carne servono 15-20mila litri d’acqua, per far crescere un pomodoro 13 litri, per un caffè 140. Lo dice allarmata la Fao: la domanda d’acqua crescerà sempre più e “causerà un’altra crisi globale”.

Ormai sono in molti ad affermarlo: mangiare meno carne contribuirebbe a diminuire notevolmente le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Ne abbiamo già parlato in passato citando il National Institute for Agricultural Technology dell’Argentina. Oggi è la volta della tesi dell’economista indiano Rajendra Pachauri, presidente del Gruppo intergovernativo di esperti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC).

Lo scorso 8 settembre a Londra Pachauri ha presentato un documento dal titolo “Riscaldamento globale: l’impatto sui cambiamenti climatici della produzione e del consumo di carne”.

Secondo l’economista produrre 1 kg di carne ha tantissimi costi in termini ambientali: si emettono ben 36,4 chili di anidride carbonica; si rilasciano nell’ambiente sostanze fertilizzanti pari a 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati. In pratica produrre un chilo di carne ha lo stesso impatto ambientale di un’auto media europea che percorre 250 chilometri!

D’altra parte produrre carne prevede una serie di attività che necessitano energia ed inquinano. Bisogna organizzare trasporti che rispettino la catena del freddo, nei supermercati sono necessari frigoriferi, è necessario un packaging adeguato per offrire il prodotto ai consumatori i quali, poi, consumeranno dell’altra energia per cucinare la carne e produrranno dei rifiuti per smaltire gli avanzi.
Nel suo studio Pachauri esamina anche l’impatto dell’allevamento in termini di sfruttamento del suolo. In particolare, il settore zootecnico sfrutta il 30% delle terre del pianeta e il 70 % di quelle destinate all’agricoltura. Il 70% della foresta amazzonica ormai scomparsa è ora occupato da pascoli e campi coltivati a foraggio. Una produzione, quest’ultima, che preoccupa gli esperti perché determina sovrasfruttamento del suolo.

Produrre carne necessita, inoltre, di una quantità di acqua maggiore rispetto ad altre produzioni vegetali. Ecco qualche esempio. Per ottenere un chilo di mais sono necessari 900 litri di acqua; per un chilo di riso 3.000 litri; per un chilo di pollo 3.900 litri; per un chilo di maiale 4.900 litri e per un chilo manzo ben 15.500 litri di acqua!

Perché serve tanta acqua per produrre carne?

La premessa da fare, per comprendere i motivi dell’impatto delle nostre scelte alimentari sul consumo d’acqua, riguarda il fatto che gli animali d’allevamento sono “fabbriche di proteine alla rovescia”.

Infatti, gli animali consumano molte più calorie, ricavate dai vegetali, di quante ne producano sottoforma di carne, latte e uova: come “macchine” che convertono proteine vegetali in proteine animali, sono del tutto inefficienti.

Il rapporto di conversione da mangimi vegetali dati agli animali a “cibo animale” per gli umani varia da 1:30 a 1:4, a seconda della specie animale, vale a dire: per produrre 1 kg di carne servono da 4 a 30 kg di vegetali coltivati appositamente. Per la loro coltivazione serve acqua. Per dar da bere agli animali serve acqua. Per pulire stalle e macelli serve acqua.

Dalle istituzioni e dal mondo scientifico

In organizzazioni come l’OMS, la FAO e la Banca Mondiale, aumenta sempre di più la preoccupazione per l’impatto dell’allevamento industriale sull’utilizzo delle terre coltivabili e conseguentemente sulla possibilità o meno di nutrire il mondo in modo efficiente.

Esse affermano: “L’aumento del consumo di prodotti animali in paesi come il Brasile e la Cina (anche se tali consumi sono ancora ben al di sotto dei livelli del Nord America e della maggior parte degli altri paesi industrializzati) ha anche considerevoli ripercussioni ambientali. Il numero di persone nutrite in un anno per ettaro varia da 22 per le patate, a 19 per il riso fino a solo 1 e 2 persone rispettivamente per il manzo e l’agnello. Allo stesso modo, la richiesta d’acqua diventerà probabilmente uno dei maggiori problemi di questo secolo. Anche in questo caso, i prodotti animali usano una quantità molto maggiore di questa risorsa rispetto ai vegetali.” [WHO/FAO2002].

L’acqua richiesta per produrre vari tipi di cibo vegetale e foraggio varia dai 500 ai 2000 litri per chilo di raccolto prodotto. Il bestiame utilizza in modo diretto solo l’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura; tuttavia, se si prende in considerazione anche l’acqua richiesta per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua richiesta è enormemente più elevata. Per 1 kg di manzo da allevamento intensivo servono 100.000 litri d’acqua (200.000 se l’allevamento è estensivo); per 1 kg di pollo, servono 3500 litri d’acqua, 2000 per la soia, 1910 per il riso, 1400 per il mais, 900 per il grano, 500 per le patate. [Pimentel1997]

Il direttore esecutivo dell’International Water Institute di Stoccolma, ha dichiarato “Gli animali vengono nutriti a cereali, e anche quelli allevati a pascolo richiedono molta più acqua rispetto alla produzione diretta di grano. Ma nei paesi sviluppati, e in parte in quelli in via di sviluppo, i consumatori richiedono ancora più carne […]. Ma sarà quasi impossibile nutrire le future generazioni con una dieta sul genere di quella che oggi seguiamo in Europa occidentale e nel Nord America”. Ha aggiunto inoltre che i paesi ricchi saranno in grado di aggirare il problema importando acqua virtuale, il che significa importare cibo (mangime per animali o carne) da altri paesi, anche da quelli che non hanno abbastanza acqua. [Kirby2004]

Oltre a consumarla, l’allevamento inquina l’acqua

Al consumo smodato d’acqua, va aggiunto il problema dello smaltimento dell’enorme quantità di deiezioni prodotte dagli animali degli allevamenti intensivi. Le deiezioni liquide e semi-liquide del bestiame contengono livelli di fosforo e nitrogeno al di sopra della norma, perché gli animali possono assorbire solo una piccola parte della quantità di queste sostanze presenti nei loro mangimi.

Quando gli escrementi animali filtrano nei corsi d’acqua, il nitrogeno e fosforo in eccesso in essi contenuto rovina la qualità dell’acqua e danneggia gli ecosistemi acquatici e le zone umide. Circa il 70-80% del nitrogeno fornito ai bovini, suini e alle galline ovaiole mediante l’alimentazione, e il 60% di quello dato ai polli “da carne” viene eliminato nelle feci e nell’urina e finisce nei corsi d’acqua. [CIWF2004]

Un anno intero di acqua per soli 5 kg di carne

Per concludere, un dato emblematico, che fa riflettere: il settimanale Newsweek ha calcolato qualche anno fa che per produrre soli cinque chili di carne bovina serve tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media americana in un anno (5 kg di carne non bastano a coprire il consumo di una settimana, per la stessa famiglia!).

Perciò è chiaro che la prima cosa da fare, per risparmiare davvero acqua, è diminuire i consumi di alimenti animali, privilegiando il consumo diretto di vegetali (cereali, legumi, verdura, frutta, nelle migliaia di possibili ricette appetitose che si possono preparare): come singola azione da compiere è la più potente in assoluto, molto di più di qualsiasi altra azione di risparmio il singolo cittadino possa intraprendere.

D’altro canto, è noto che l’attuale consumo di alimenti animali è di molto superiore al massimo consigliato dall’Istituto Mondiale per gli studi sul Cancro (World Cancer Institute), che consiglia, nelle sue linee guida per la prevenzione del cancro, di non consumare più di 80 grammi al giorno di carne rossa, il che significa 30 kg l’anno come MASSIMA quantità di carne rossa ammessa. In Italia, ogni anno si consumano mediamente 62 kg di carne rossa pro-capite, più 30 kg di altra carne, quindi il doppio rispetto al massimo consigliato.

Modificando le nostre abitudini alimentari, faremo molto per l’ambiente, e faremo un gran regalo alla nostra salute.

Fonti:

[CIWF2004] CIWF, “The global benefits of eating less meat”, CIWF Trust, 2004
[Kirby2004] Alex Kirby, “Hungry world ‘must eat less meat'”, BBC News Online, August 15 2004
[Pimentel1997] Pimentel D., Houser J., Preiss E., White O., “Water Resources: Agriculture, the Environment, and Society”, Bioscience, February 1997 Vol. 47 No. 2.
[WHO/FAO2002] WHO/FAO, Diet, nutrition, and the prevention of chronic disease. Report of the Joint WHO/FAO expert consultation, 26 April 2002.

Effetti della carne sulla salute
L’industria della carne in Usa ha causato più morti di tutte le guerre del secolo scorso: un terzo della popolazione in Usa muore per cause alimentari; la principale causa di morte negli USA sono le malattie cardiache. Secondo l’OMS ogni anno muoiono nel mondo 17 milioni di persone per infarto. Eliminando il consumo di carne si ottiene una riduzione del rischio di infarto del 90%; da questo si deduce che i grassi e le proteine animali sono i maggiori imputati. L’alimentazione carnea risulta correlata alle seguenti patologie: negli Stati Uniti 42 milioni di individui soffrono di ipertensione; l’80% sono effetti da reumatismi; 3 persone su 4 sono colpite da infarto o cancro; il 50% della gente ha problemi digestivi cronici: La costipazione colpisce 190 milioni di individui, cioè 9 persone su 10; un terzo della popolazione è soprappeso; un terzo degli americani è carente di calcio. E la situazione in Europa non è molto dissimile.

Effetti della carne sull’economia
In Usa il 12%del PIL viene assorbito per combattere le malattie dovute alla cattiva alimentazione. il 75% della spesa sanitaria in Italia e in Europa viene assorbita per neutralizzare gli effetti della cattiva alimentazione. La rendita dei prodotti carnei, compreso il pesce, è 10 volte inferiore rispetto ai prodotti vegetali.

Effetti della carne sul consumo di energia
Un terzo di tutta l’energia prodotta in Occidente viene assorbita
dall’industria della carne. Solo il 20% dell’energia totale utilizzata in agricoltura è destinata a produrre vegetali consumati dall’uomo, il restante 80% viene consumato dagli animali. Per produrre carne di maiale si consuma 15 volte più energia di quanto occorre per produrre frutta e verdura. Un solo hamburger assorbe energia quanto una lampada che illumina una stanza per 100 ore.

I vegetariani sono più “onnivori” degli onnivori?

TRATTO DA    http://www.promiseland.it/view.php?id=3177

I vegetariani sono più “onnivori” degli onnivori?

Sto riflettendo sul fatto che chi segue una dieta “tradizionale” pensa di avere un’alimentazione più completa di un vegetariano e soprattutto di un vegano, più ricca di nutrienti di alta qualità a minor a rischio di carenze.

In realtà una dieta onnivora sana, come raccomandato dal World Cancer Research Fund e l’American Institute for Cancer Research deve limitare a 500 grammi la settimana il consumo massimo di carni rosse, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa il limite a 300 grammi; anche l’INRAN dichiara che gli italiani adulti mangiano più del doppio di proteine animali di quanto raccomandato (http://www.promiseland.it/view.php?id=3170). Da questo consegue che la dieta non può essere basata sui prodot
ti animali, bensì su quelli vegetali.

Nella stragrande maggioranza delle famiglie si consumano i soliti quattro cibi in croce cucinati in modi diversi, quasi nessuno mangia pane e pasta integrali variando la qualità di cereali, ma sempre pasta di grano duro e pane bianco, altri prodotti di farina tipo “0” o “00”, riso raffinato; i frigoriferi di molti onnivori sono stracolmi di affettati (ricchi di nitrati, sodio e a volte polifosfati) e formaggi stagionati (sodio e colesterolo), salsine tipo majonese (colesterolo), mentre mancano frutta e verdura di stagione, il prezioso limone, al massimo trovano posto la classica insalata e i pomodori; la frutta secca si mangia solo alle feste o davanti alla televisione, generalmente salata.

Gli onnivori rinunciano, per ignoranza e perchè anche se li conoscessero li vedrebbero come cibi strani, ai semi di lino e sesamo (roba da canarini), semi di girasole (roba da criceti), alghe, seitan, tempeh, tofu, olio di lino (gli omega 3 abbassano il clesterolo LDL), cereali tostati o soffiati di vario tipo (non zuccherati), miso, legumi (a parte le lenticchie con il cotechino a Natale, i fagioli con le cipolle, il minestrone ogni morte di papa), frutta disidratata (non trattata con non specificati olii vegetali), frutta soprattutto fuori pasto (e sì, sarebbe meglio non mangiarla dopo pranzo) ecc.

Gli abbinamenti alimentari sono fatti totamente a caso, il pasto tipico è fatto di un primo a base di pasta e un secondo di carne, con contorno di poca verdura, un bel dolce zuccherato; l’acqua naturale è un po’ snobbata (c’è anche il luogo comune che quella del rubinetto faccia venire i calcoli), molti preferiscono quella frizzante, una birra, vino o una bibita ipercalorica (priva di nutrienti).

Ora mi chiedo: è più a rischio di carenze una dieta onnivora o una vegetariana? Penso che non ci sia alcun dubbio che quella onnivora sia responsabile di eccessi soprattutto di alimenti dall’alto indice glicemico, proteine animali, grassi saturi, colesterolo, sodio, zucchero, caffeina, alcool, conservanti, tossine, inquinanti. E’ un abitudine più diffusa tra i vegetariani o gli onnivori (eccetto per la vitamina B12) fare uso di integratori, quali vitamine quando si è stanchi (a che servono?), sali minerali (soprattutto potassio), pastiglie e polverine per la stitichezza e la flatulenza, proteine in polvere per diventare Big Jim in palestra?

Penso che i vegetariani siano più “onnivori” degli onnivori, la differenza è che mangiano un gran varietà di cibi salutari ed evitano quelli non salutari, i quali non arricchirebbero la dieta, ma la inquinerebbero. L’esperienza clinica indica che i vegetariani sono soggetti ad un rischio inferiore di tumori, soprattutto al colon e di malattie cardiovascolari, ormai si sa che nei paesi ricchi una carenza di proteine è praticamente impossibile e che la teoria della complementarietà proteica, pubblicata negli anni ’70, è obsoleta, infatti è basata sull’interpretazione di studi effettuati nei primi anni del 1900 sulla crescita dei ratti.

Davide

SAPER MANGIARE: L’AZIONE PIU’ IMPORTANTE DELLA VITA

hrani-yogaLa nutrizione è uno yoga, in quanto saper mangiare richiede concentrazione, attenzione, padronanza di se, ma anche intelligenza, amore e volontà. La nutrizione deve essere compresa come un lavoro dello spirito sulla materia. Osservatevi quando mangiate e constaterete qual è il vostro grado di evoluzione. Se non avete rispetto verso il cibo che Dio stesso vi ha dato, verso chi ne avrete? Dio è nel cibo sotto forma di vita. Molti non dicono nemmeno una preghiera; si gettano immediatamente sul cibo e mangiano come animali. Ecco perché non ne traggono grandi benefici: infatti, assorbono soltanto gli elementi grossolani del cibo, mentre tutto ciò che è sottile, eterico, rimane loro estraneo, sconosciuto. E’ stato detto: “Voi siete templi del Dio vivente”. Non bisogna quindi insudiciare quei templi con alimenti impuri. Purtroppo, mangiando carne, la maggior parte di loro somiglia più a dei cimiteri pieni di cadaveri che a dei templi. I grandi carnivori sono animali feroci che diffondono attorno a se un odore spaventoso, a differenza degli erbivori che hanno abitudini molto più pacifiche; il cibo che assorbono non gli rende né violenti né aggressivi, mentre la carne rende i carnivori irritabili. Allo stesso modo, gli esseri umani che mangiano carne sono sempre spinti ad un’attività distruttrice. Gli esseri umani mangiano senza amore, automaticamente, solo per riempire un vuoto. Se sapete mangiare, anche assumendo pochissimo cibo avrete mangiato tre volte meno che d’abitudine, ma avrete forze per tutta la giornata. I più mangiano troppo meccanicamente, troppo rapidamente, a volte anche senza masticare; ricevono quindi dal cibo unicamente le particelle più grossolane e mai le energie eteriche. Non tutti i problemi possono essere risolti soltanto perché si sa mangiare correttamente. Il miglior cibo non ha mai impedito a taluni ad essere cattivi, viziosi e di voler devastare il mondo intero. Ovviamente, non di diventa perfetti solo sapendo mangiare. Occorre anche saper respirare e poi saper pensare, perché si tratta delle stesse leggi a livelli diversi. Bisogna abituarsi ad essere attenti durante tutta la giornata, sorvegliare le proprie parole, i propri gesti, il proprio atteggiamento, per non avere in seguito nulla da rimproverarsi, nulla da riparare. Più si è evoluti, più si ha bisogno di silenzio.

 

Spunti tratti dal libro di Omraam Mikhael Aivanov “HARNI YOGA” Edizioni Prosveta