Quanto fidarsi dell’istinto e del cuore?

Salve a tutti, riporto un estratto di un articolo pubblicato sul blog di Dadrim. Buona lettura!

Fabio ha scritto: Ciao Dadrim, mi trovo in un periodo in cui non riesco a capirmi, per la società un trentenne deve rientrare in certi schemi ma io in questi schemi non mi ci ritrovo, solo che sono combattuto, tante volte mi chiedo se sbaglio, ma nella mia vita mi sento ancora di voler viaggiare, sentire, emozionarmi, non sento l’esigenza di quello che al giorno d’oggi è ritenuto giusto, famiglia, figli, lavoro sicuro. La mia domanda è quanto ci dobbiamo affidare al nostro cuore e al nostro istinto?

Dadrim ha risposto: “…quanto ci dobbiamo affidare al nostro cuore e al nostro istinto?”. Completamente!!! Spesso però le persone fraintendono l’istinto con l’impulsività o usano le due parole come sinonimi. Da quel che mi scrivi mi pare, però, di comprendere che tu stia usando la parola istinto con l’accezione di intuito, sintesi fra pensieri ed emozioni. Se così è, l’intuito, dal mio punto di vista è la più alta forma di comprensione. L’intuito non agisce mai partendo dal passato, dalle vecchie esperienze, con tutti i loro condizionamenti, le loro ferite non rimarginate, ma nasce da una profonda consapevolezza e comprensione del presente, della realtà che vive di fronte ai nostri occhi. Un intuito sempre più vasto è il risultato di chi lavora costantemente su se stesso per smantellare pregiudizi, limiti e ignoranze di vario genere.

Chi vive nel passato, nell’esperienza, è pieno di morto sapere, teorie, a priori, certezze, dogmi. Non scopre mai nulla di nuovo, non si abbandona mai a nulla e nessuno, rimane sempre ben trincerato nelle quattro mura della sua mente, sino a quando la morte arriverà per fargli l’unico favore possibile.

Essere pienamente intuitivi, rispondere al presente con una mente sempre fresca, innocente e incontaminata è l’unico significato che ho trovato in questa esistenza e che cerco di realizzare. Tutto il resto è un in più che oggi c’è e domani scompare.

Diversamente, impulsivo è chi agisce senza consapevolezza di quel che fa, come una bestia. Spesso usiamo la parola istintivo come sinonimo di impulsivo, ma se ci siamo accordati sui significati, non sono la medesima cosa.

Premesso ciò, la tua domanda è curiosa, pochi giorni fa, infatti, mi ha scritto un ragazzo che nella forma sosteneva esattamente il contrario delle tue parole, ma nella sostanza affermava la stessa cosa.

Questo ragazzo sosteneva di sentire un forte desiderio di avere dei figli con la sua compagna e di abbandonare l’instabile quanto redditizio lavoro che svolgeva per un lavoro più tranquillo e sicuro. Non sapeva però cosa scegliere poiché il padre era profondamente in disaccordo con questa sua scelta poiché sosteneva di non averlo fatto studiare per tanti anni per poi vederlo fare l’impiegato a vitasposato con due figli, come uno fesso qualunque.

Ecco allora che potremmo proprio dire: posto che vai usanze che trovi, o addirittura, famiglia che hai guai che ti trovi.

Caro Fabio, tu dici: “…per la società un trentenne deve rientrare in certi schemi…”. Ma chi è questasocietà? Il passante, la vicina di casa, il Presidente del Consiglio, il marocchino, il cinese o il romeno che incontri per strada? Chi è questa società? La famiglia che crede ancora nel matrimonio, nell’avere deifigli e un lavoretto onesto e tranquillo, o la famiglia ricca e ambiziosa che sogna un figlio dirigente, politico o tronista dalla De Filippi?

Dov’è questa società se non nelle nostre menti, nei nostri condizionamenti, così diversi quanto uguali? Io non ho mai incontrato la società, se non nelle leggi di uno stato che di recente cambiano quanto un calciatore cambia i propri calzini, o nel peculiarissimo e fantasiosissimo mondo mentale di ognuno di noi.

Chi vuole può continuare a leggere cliccando qui:http://www.dadrim.org/Societa-e-condizionamenti/Quanto-fidarsi-dell-istinto-e-del-cuore

Definisci la tua mèta

“Il corpo umano, in pace con se stesso, è più prezioso della gemma più rara. Abbi cura del tuo corpo, è tuo solo questa volta.L’ aspetto umano è conquistato con gran difficoltà e lo si perde facilmente. Tutte le cose terrene sono effimere, come i fulmini nel cielo; devi pensare a questa Vita come ad una goccia di pioggia; una cosa bella che scompare non appena comincia ad esistere. Quindi definisci la tua mèta, e usa ogni giorno e ogni notte per raggiungerla.”

Tsong Khapa

Dal Paradiso alla Polarità

“L’ abbandono della Luce e la caduta nel buio materiale è un’ involuzione, un movimento verso il basso, che però nel punto più basso si trasforma in un movimento verso l’alto, in una evoluzione. Perciò, come il pendolo ad un determinato punto, per una legge sua propria, cambia rotazione, così anche il movimento verso il basso dell’ involuzione si trasforma in un movimento verso l’ alto, cioè in evoluzione, E’ questa la nostalgia insita in tutti gli esseri viventi, quella che li induce costantemente a cercare la loro vera patria. L’ uomo chiama questa nostalgia ricerca della felicità, ma felicità è sinonimo di superamento della polarità e recupero dell’ Unità.”

 

T. Dethlefsen

L’esoterismo come via

 

 

 

 

 

 

 

 

Percorrere l’ esoterismo come via significa trasferire subito nella realtà tutte le conoscenze, per piccole che siano, significa modificare costantemente la propria vita e la propria esperienza, il proprio comportamento, diventare sempre diversi, essere sempre nuovi: in breve, esoterismo significa evoluzione.

Scopo di questa via è il perfezionamento dell’ uomo, la saggezza, il superamento della polarità, l’unione con Dio, la Unio mystica, le nozze alchemiche, la coscienza cosmica. Tutte queste espressioni sono tentativi di descrivere lo scopo finale del cammino umano.

 

Thorwald Dethlefsen

Messe de Minuit-Etro

Lo spirito si eleva meglio nella penombra delle candele che illuminano fioche le alte volte di una cattedrale… Il turbamento interiore dell’incenso è placato dalla serenità argentina degli agrumi, la puntura di spillo delle spezie compensata dalla carezza vellutata della rosa e del labdano… Nulla di più pacato, nulla di più fervente: un atto di fede per veri credenti che contempla una personalità eccezionale, trascendente”


Perché, Signore, perché

“Solo l’ uomo superficiale diviene insensibile alle miserie della vita altrui e si chiude nel piccolo cerchio delle proprie sofferenze. Colui che usa il bisturi per sezionare se stesso, sentirà espandersi dentro di sè la pietà universale. Egli sarà liberato dalle assordanti pretese del suo io.
L’ amore di Dio fiorisce su questo terreno. La creatura finalmente si rivolge al Creatore, non foss’ altro che per porgli questa angosciosa domanda: “Perché, Signore, perché?”. Dalle brucianti frustate del dolore, l’ uomo è sospinto infine alla Presenza Infinita, la cui sola bellezza dovrebbe bastare ad allettarlo.

 

Tratto da: Autobiografia di uno Yogi

Fiaba del Buon Natale

Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso guerriero giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno. Un angelo lo accontentò.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletriti da far pietà. “Com’è possibile?” chiese il guerriero alla sua guida angelica. “Con tutto quel ben di Dio davanti!”
E l’angelo rispose: “Ci sono posate per mangiare, solo che sono lunghe più di un metro e devono essere rigorosamente impugnate all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca e dato che le posate sono molto più lunghe del braccio non possono arrivarci” Il coraggioso samurai rabbrividì.
Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto ai denti. Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa.
Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno! Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavolata di gente seduta davanti ad un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti delle stesse posate lunghe più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca. C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
“Ma com’è possibile?”, chiese stupito il coraggioso guerriero.
L’angelo sorrise: “All’inferno ognuno si affanna tentando invano di afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con le lunghe posate e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”. Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.