Chi sono?

La sola riflessione “chi sono?”, distruggerà ogni pensiero terreno e superficiale. Scomparirà l’ Ego personale e rimarrà lo Spirito, l’ Esente da ogni forma, nome e limitazione. Questo è l’ Atman che deve essere conosciuto.

Swami Sivananda

 

Aforisma #6

“I savi chiamano saggio quell’ uomo i cui perseguimenti sono tutti privi di intenti egoistici e del desiderio di risultati, e le cui attività sono purificate dal fuoco della saggezza. Abbandonando l’ attaccamento ai frutti delle proprie opere, i saggi, indipendenti (da ricompense materiali), non compiono alcuna azione (legante), nemmeno in mezzo alle attività”

Bhagavad Gita

Delerium-Silence (Paul Oakenfold rmx)

Aforisma #5

“I savi chiamano saggio quell’ uomo  i cui perseguimenti sono tutti privi di intenti egoistici e del desiderio dei risultati, e le cui attività sono purificate dal fuoco della saggeza. Abbandonando l’ attaccamento ai frutti delle proprie opere, i saggi, indipendenti (da ricompense materiali) non compiono alcuna azione (legante), nemmeno in mezzo alle attività”

Bhagavad Gita

Gli occhi: specchio dell’ anima

Esiste nell’ occhio una perfetta strumentazione per la trasmissione e la ricezione telegrafica di tutti i messaggi e di tutti i pensieri: slealtà, depressione, malinconia, odio, amore, allegria, pace, buona salute, forza, bellezza. Se avete la capacità di leggere negli occhi degli altri, sarete immediatamente in grado di leggere anche nella mente.

Potete leggere i pensieri più sottili e i pensieri più dominanti di una persona, se osservate attentamente i segni del suo volto durante la conversazione. Per fare questo sono necessari un po’ di attenzione, un po’ di acume, un certo allenamento, nonchè intelligenza ed esperienza.

Swami Sivananda

Salva il mare

 

TRATTO DA: http://www.mutaforme.it/84225.php

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando arriva l’estate, noi umani ci sentiamo attratti dal mare. Moltitudini di persone si riuniscono sulle spiagge, cercando un contatto con le onde marine che diano piacere e riposo.

Però il piede umano lascia la sua orma fatale sulle spiagge  sabbiose.
Milioni di borse di plastica di tutti i tipi vengono abbandonate sulla costa ed il vento o le maree si incaricano di trascinarle in  mare. Una borsa di plastica può navigare per molti anni senza  decomporsi.
Le tartarughe marine le confondono con le meduse, e affogano tentando di mangiarle. Anche migliaia di delfini si confondono e muoiono affogati.
Non possono riconoscere i rifiuti umani, si confondono semplicemente, dopo tutto: “ciò che galleggia nel mare si mangia”.Il tappo di plastica di una bottiglia, più duro di una borsa, può navigare per i mari inalterato per più di un secolo. Il Dr. James Ludwing, che si trovava sull’Isola di Midway, nel Pacifico, molto lontano dai centri abitati, a studiare gli albatros, ha fatto una scoperta spaventosa.
Quando ha cominciato a raccogliere il contenuto dello stomaco di solo otto pulcini di albatros morti, ha trovato: 42 tappi di plastica, 18 accendini che, per la maggior parte, erano piccoli pezzetti di plastica.
Questi pulcini erano stati nutriti dai loro genitori che non erano stati in grado di riconoscere i rifiuti nella scelta del cibo.

La prossima estate, quando andrai sulla tua spiaggia preferita, potrà capitarti di trovare nella sabbia, spazzatura che qualcun’altro ha lasciato. Non è la tua spazzatura, però è la TUA SPIAGGIA, è il TUO MARE, è il TUO MONDO e devi far qualcosa.

C’è solo questa terra, questa natura, una vita in cui possiamo evitare di distruggerla… Non aspettare che lo facciano altri…

Foto scattata novembre 2005 marsa alam mar rosso ,circa 200 km di costa è ridotta cosi.

Il treno si ferma. Le porte si aprono

treno“Seduto sul sedile di un vecchio treno, osservo in silenzio e con riverenza fuori dal finestrino. Amo il posto vicino al finestrino, perché è come una terra di confine. Se vuoi puoi stare con i tuoi compagni di viaggio, ma se non ti va, puoi comodamente estraniarti con la scusa di guardare fuori, mentre pensi ai fatti tuoi.

Il treno sembra rallentare. Porto lo sguardo oltre, ed intravedo la stazione. Questa per me è l’ ultima fermata, devo prepararmi a scendere. E’ l’ ultima fermata di un viaggio lungo tre anni.

Ricordo il giorno in cui sono salito: ero felice e trepidante d’attesa. Non vedevo l’ ora di arrivare alla mèta e i tre anni previsti dalla tabella di marcia mi sembravano un’ eternità. Poi mi sono messo il cuore in pace e, volente o nolente, ho iniziato a conoscere i miei compagni di viaggio; quel treno è divenuto, giorno dopo giorno, un ambiente piacevole e familiare.

Nel corso degli anni alcuni dei miei compagni sono già scesi. Altri rimarranno ancora qui, per loro il viaggio continua.

Tra un po’ dovremo scendere. Non ho voglia di alzarmi. In fondo questo sedile, questo vagone, questa gente… sono per me come un porto sicuro al riparo dalle intemperie. So che quando mi alzerò non potrò tornare indietro e il mondo sarà di nuovo lì, pronto a tendermi le sue sfide. E mentre continuo a guardare in maniera assente fuori dal finestrino, mi rendo conto che Proust aveva ragione:

“Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’ avere nuovi occhi”

E mi rendo anche conto che mentre ieri ero attratto dalla mèta finale, oggi, che sono a due passi dal raggiungerla, mi dispiace di dover lasciare questo posto e queste persone a cui mi sono affezionato.

Ecco, il treno si ferma. Le porte si aprono.”

Qui si conclude la scena che volevo raccontarvi. Probabilmente i protagonisti si saluteranno, scenderanno e il treno ripartirà. Alcuni di essi si perderanno di vista, altri…chissà. Dopotutto, è così che va.

La vita è movimento e continuo cambiamento. Prenderemo altri treni, faremo altri viaggi, sogneremo altre mète. Ma ciò che voglio dirvi oggi è molto semplice: grazie. Grazie a voi, perché siete stati degli ottimi compagni di viaggio. Vi auguro di poter raggiungere qualunque mèta vogliate.

“La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”

F. Pessoa

Che la vostra vita brilli quanto il più brillante astro dell’ Universo.

Hari om,

Diego

 

Pascalpensiero #2

angel781lxsj9Un niente ci consola perchè un niente ci affligge

Pascal

Per forza o per volontà

      bivio                                           

“E’ già da un po’ che vien fatto di porsi la domanda: fino a che punto il destino è determinato? L’ uomo ha la libertà di modificarlo in qualche modo? Questa è e rimane una delle domande più difficili che esistano, ma noi  possiamo avvicinarci ad una soluzione soltanto a piccoli passi, gradualmente.

La legge di polarità ci pone davanti alla scelta di come portare a termine il programma di vita, su quale strada vogliamo muoverci e come possiamo risolvere i problemi. Si distingue quindi tra i problemi da risolvere in se stessi, che sono completamente determinati, e il “come” della via di soluzione, per la quale la polarità mette a disposizione due possibilità:

1-   L’ apprendimento consapevole. Questa possibilità esige dall’ uomo che sia sempre disponibile ad affrontare le richieste del destino e  a risolvere volontariamente attraverso l’ attività ogni problema che si presenta.

2-   L’ apprendimento inconsapevole. Questo avviene automaticamente, ogni volta che l’ uomo trascura di risolvere consapevolmente un problema.

L’ apprendimento inconsapevole è però legato al dolore. Finché l’ uomo è disponibile a porre in discussione i vecchi punti di vista e fissazioni, ad apprenderne di nuovi, a rischiare nuove esperienze, ad ampliare la propria coscienza in modo da dominare tutti i compiti che il destino gli presenta, non ha bisogno di temere colpi troppo forti del destino o malattie.

Nel momento però in cui l’ uomo tenta di evitare i problemi e tenta di liberarsene o di negarli, il destino comincia ad incanalarlo verso il processo di apprendimento che da solo non ha percepito. L’ uomo diventa vittima di una situazione, in cui deve risolvere per forza, vivendoli, almeno una parte dei suoi problemi.”

T. Dethlefsen

 

 

Siamo alunni che frequentano ogni giorno la scuola della vita. E come in ogni scuola, ci sono delle cose che ciascuno di noi deve apprendere, per forza o per volontà. A voi la scelta.

Diego

L’ambiente si salva a partire dal piatto

2_0_569800795_w335(1)Interessante intervista a Robert Goodland, autore insieme a Jeff Anhang dello studio “Livestock and climate change ” nel quale vengono riveduti e corretti, purtoppo in peggio, i parametri con cui le attività umane contribuiscono al cambiamento climatico. In questa intervista viene affrontata la fonte principale del problema: il consumo di carne. Nel suo studio scritto con Jeff Anhang, Livestock and climate change, attribuisce al bestiame la “colpa” del riscaldamento climatico. In che senso? Semplice: il bestiame, e i prodotti ad esso collegati, producono almeno 32.564 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno. Cioè il 51% delle emissioni mondiali di gas responsabili dell’effetto serra. Ma com’è possibile? Quali dati utilizzate? Siamo partiti da uno studio della Fao del 2006: un buon punto di partenza, che già assegnava al bestiame la “responsabilità” del 18% delle emissioni. Ma abbiamo notato che c’erano quantità immense di Co2 che erano state omesse, sottostimate o assegnate ad altri “settori”. Se si somma invece il ciclo vitale e la “catena” che porta i prodotti di origine animale sulle nostre tavole, si raggiunge il 51%. Sta dicendo che la nostra passione per bistecche e hamburger sta uccidendo il pianeta? So che è difficile da pensare, specie mentre si cammina vicino a un pascolo sulle Alpi. Ma la fonte chiave, e in gran parte sconosciuta, di gas serra sono proprio i 56 miliardi di animali allevati ogni anno in tutto il mondo, per trarne cibo. Se si moltiplica la superficie di terra necessaria a ogni animale di terra, il suo respiro e le altre emissioni che produce per il numero degli animali allevati, si ottiene una quantità di Co2 che lascia a bocca aperta. Sarà, ma l’uomo alleva bestiame da millenni. Perché il problema sorge ora? Il punto sono alcune economie emergenti. I benestanti, in Paesi come Cina e India, erano abituati a mangiare cibi tradizionali, a bassa percentuale di calorie di origine animale. La crescita di domanda di quei Paesi per prodotti animali non è inevitabile: dipende dal trasferimento di cultura occidentale e del falso mito che dice che i prodotti animali fanno bene e devono essere forniti su larga scala. Colpa della globalizzazione, insomma? No, l’internazionalizzazione sarà utile nel momento in cui il mito della bontà dei prodotti animali sarà sostituito dal fatto che ci sono alternative migliori: altrettanto buone, più salutari e migliori per il pianeta. Le diete tradizionali di Cina e India sono molto più “ecosostenibili” delle diete occidentali, che ora sono ampiamente promosse in quei due Paesi. Lei scrive che “sostituire prodotti di origine animale con alternative migliori sarebbe la strategia migliore per invertire il cambiamento climatico”. Per salvare il mondo dovremo diventare vegetariani? Nello studio noi abbiamo solo valutato l’area di rischio ambientale, e abbiamo sviluppato delle raccomandazioni su come trattare quel rischio. Chi raccomanda il vegetarianesimo di solito pensa che i propri valori etici debbano essere adottati dagli altri. Noi non parliamo di valori etici, ma raccomandiamo di adottare la soluzione migliore per fermare il riscaldamento climatico. Allora i soldi spesi, ad esempio, per lampadine a basso consumo sono sprecati? No: ma quelle sono soluzioni più care e con effetti più a lungo termine di quella che suggeriamo. Il cibo, però, è anche cultura. Vada ad esempio a Firenze a dire di cucinare una fiorentina di soia… Chiaramente le persone creano delle abitudini sul cibo. Ma quelle abitudini sono fortemente indotte da misure fiscali e di marketing. In ogni Paese – prenda la Cina – si vede che fisco e pubblicità possono stravolgere le abitudini alimentari in pochi anni. Se ci sono alternative migliori, è possibile dunque “indurne” il consumo. Certo, senza politiche per promuoverle questo cambiamento sarà molto difficile. Questo costerebbe molto alle aziende… Al contrario. Alcune aziende stanno già guadagnando bene con prodotti alternativi che hanno sapore simile, ma sono più facili da cuocere, meno cari e più sani. Ad esempio, “carne” di soia o seitan, o latte, formaggi e gelati di riso o soia. Altre sono già state colpite dagli effetti del cambiamento climatico – effetti destinati ad aumentare, se non si cambia rotta. Cresce però lo scetticismo sull’esistenza del riscaldamento globale, e sul fatto che sia creato dall’uomo. Vale la pena cambiare le nostre abitudini alimentari? Cambiare fonti d’energia e il modo di usarle comporta molte novità nella vita delle persone, è costoso e porta benefici solo a lungo termine. Ma il cambiamento climatico minaccia davvero le nostre vite. Provare un nuovo tipo di cibo, saporito, economico e sano, è qualcosa che la gente farebbe anche senza minacce, perché è divertente. Invertire i cambiamenti climatici è “solo” il più importante beneficio di una scelta che, per aziende e consumatori, ne ha molti altri. Senza parlare della riduzione della carenza di cibo e acqua nel mondo: per allevare animali servono quantità di cereali e acqua che con la nostra strategia sarebbero disponibili agli uomini. Ci scusi: ma lei per primo mangia solo alimenti “non animali”? Se non lo facessi sarei ipocrita. Ma quel che conta di più non è ciò che mangiamo oggi, ma quello che mangeremo da domani.

Davide Casati

 Fonte: www.city.it

Tratto da:  www.piccolopopolo.org